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"LEONI SI NASCE".
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LEONI SI NASCE
Renato Zero
(BMG / Zerolandia - 1984)

Esiste un tempo nel quale il noto performer e cantautore italiano Renato Zero, si è trovato quasi in antitesi tra il personaggio colorato pieno di contenuti, ed uno spazio temporale (inteso come “sociale”) oramai non più contemporaneo al nostro artista.
Una sorta di debug che lo condurrà alla produzione successiva (n.d.r.:1985 con “Identikit Zero”), a farsi “i conti”, un esame spietato e più scevro di trucchi pesanti.
Ma adesso rimaniamo in quel 1984, quando  - forse volendo ribadire il “concetto” - espropriato del tendone Zerolandia per presunte violazioni sulla sicurezza, propone “Leoni si nasce”.
E come fare ad intavolare concetti e pensieri molto importanti legati ad una urbanità, alla perdita di identità, al timore di essere abbandonati, con un linguaggio appropriato?
Trasformando questo lavoro in una sorta di colonna sonora di un film immaginario e verissimo, scandito da ironia, densità ed un’orchestra immensa diretta da Renato Serio (colui che da lì, colorerà molti dei suo dischi).
Ed allora il nostro felino, ecco introdursi con un prologo degno di Hollywood, firmando soggetto e sceneggiatura di uno che ritengo essere tra i vertici artistici più alti del nostro - spesso bistrattato - cantautore.
Da uomo a uomo” è il punto di partenza di questo disco/film. Il racconto del protagonista consapevole di un percorso spesso lontano dai farsi percepiti della notorietà. Un contesto legato ai pericoli e falsi miti; alla ricerca di sincerità e coraggio. Un inno alla sopravvivenza.
Consapevoli o meno, ci troviamo ora protagonisti, ora comparse in un grande set cinematografico.
Si gira” ci racconta con ironia ed acume, l’esperienza del protagonista, tra ruoli voluti ed altri gratuitamente affibbiati addosso. La violenza, l’affetto, lo stupore, sono semplicemente ruoli. Parti da sostenere. A patto che lo si affronti consapevolmente.
E la curva del concetto, non può che soffermarsi sul cuore dell’intero disco: “Per non essere così”.
In un’atmosfera a metà strada tra il dramma (opera) e le vaghe rimembranze francesi, il protagonista (come immagino lo stesse facendo già in quel suo tempo specifico) si domanda quanto sia il livello percepito tra gioco e derisione. La dimensione palpabile di un crudele dialogo con se stesso, ed il timore di non piacere più, qualora si volesse tentare di uscire da questa giostra.
Il finale rimane aperto, in quanto - ancora oggi - Renato Zero non ha voluto trovare un “punto”. Tra alti e bassi, tra colori ed abiti rumorosi, ed altri più silenziosi, rimane sempre colui che più di tutti ha voluto tatuare sulla propria pelle, lo spettro prismatico per molti ancora temuto della paura, della debolezza; dello slancio e della fantasia. Colori e percezioni che in realtà definiscono le realtà di tutti noi.
Sospetto” è un inno ad Hitchcock, partendo con un urlo alla Psyco, seguendo il filone del brano precedente.
Ma qui, il protagonista suggerisce una sana conclusione. L’ascolto di sé senza aggiungere altro che la densità del proprio sentire, decidendolo di accettare ed amplificarlo.
Pelle” è una delle perle di questo album, non abbastanza riconosciuto da critica e forse, da molti sorcini.
“Se è la mia pelle che vuoi,. È perché nudo tu sei”!
“Finchè brividi ne avrà(“la pelle” ndr.), finchè traspirerà, potrò ancora dire che sto vivendo”
È questo il succo di questo dialogo vibrante e di gran polso, curato in ogni dettaglio nel mixing e nella soluzione degli arrangiamenti.
Ed è il pezzo che ci porta alla conclusione naturale del primo lato della versione LP (con l’avvento del cd, la percezione si capisce di meno); il dialogo con se stesso. L’autocritica anche crudele. Il punto di partenza.
Il rapporto del protagonista con il “contesto”, si intavola e snocciola a partire dalla seconda facciata del concept/disco con il pezzo: “Frenesia”.
Un funky molto veloce, pieno di trombe in primissimo piano, nonché di puntellature di chitarra elettrica, ci racconta di un tempo veloce, troppo veloce non solo per il protagonista, costretto a cieca inconsapevolezza ed a cocktail di psicofarmaci, pur di mantenere il ritmo.
Bellissimi gli archi che si rincorrono nel finale dell’ultime strofe, prima di tuffarci nel ritornello.
Un brano molto “visivo”, che trasmette l’ansia di prestazione inconsapevole o meno di tutti; un richiamo al prendersi tempo, che non è solamente “pausa”, ma “valore”.
Per questo “Oscuro futuro” è logico approdo.
La canzone prosegue con lo sguardo attento ed a tratti malinconico del protagonista, non lesinarsi però l’apertura ad un futuro che possa iniziare riappropriandosi di sentimenti e di legàmi. Di una progettualità che - al contrario - porterà al timore dell’altro. Del “furto” presunto; del senso di invasione costante ed ansiogeno.
Così, “Il Leone” con un miagolio ed un “pussa via”, vuole sottolineare il proprio “ruolo” in uno scatenato ed ironico (fino ad un certo punto) rock and roll.
Essere o apparire; iconografia e realtà, sono la chiave di volta di questo divertentissimo pezzo.
Ma quanto costa essere consapevoli e battaglieri?
Difendere la propria verità nonostante tutto?
Ce lo svela il brano “Il prezzo”.
I limiti oggettivi impongono all’essere umano un appiattimento del desiderio, all’ingrigimento e brutalità.
Noi alla fine oggetti venduti interi o parzialmente su immaginari scaffali.
A meno che, consapevoli dei rischi ma anche della visione di insieme di una libertà acquisita, non si decida di prenderci la responsabilità di sentire, amare e vivere.
E bravo Renato!
Giorni” è la promessa di riconciliazione con quel pubblico sfrattato da quello che fino ad allora era stata “la tana” dove vivere anche proiettandosi con il protagonista. Il tendone di Zerolandia.
La “cronaca” così, mette un punto su questo film pieno di effetti speciali, di suoni gonfi di corni e trombe; di archi e chitarre elettriche.
Insomma; un vero e proprio capolavoro che sarebbe bello, potesse venir riconosciuto e riascoltato. Assimilato.
E come in un colossal, il “mica tanto gattino”, chiude con un “Finale” paradossale e geniale, questa esperienza, questo disco che sa tanto di “atto di fede” e di conferma del proprio ruolo nel panorama musicale e culturale della nostra Italia, nonostante tutto, i detrattori, ed i critici che - già in quel 1984 - criticavano la sua fisicità a discapito del suo “contenuto”.
“vedi di non confonderlo con i teneri gattoni, occhio agli artigli; diffida dalle imitazioni”
Insomma; … mai un attimo di pace ad Hollywood!
(Roaaaarrrr!!!!)

Christos
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