clicca sulla copertina del disco qui di lato,
per poter ascoltare il  lavoro:
"ULTRA".

ULTRA
Depeche Mode
(Mute record)

Di certo, sebbene il periodo natalizio preveda cori di bimbi festosi, fondi rossi e dorati, il disco che vi andrò ad analizzare (e che consiglio, come tutte le selezioni qui presentati dalla Start Events), ha un che di “dissonante”.
Ma se il dolce ed i film a tema sono prominenti, spesso ecco che accade che l’esatto opposto inizia a prendere posto, attualizzandosi e spargendosi nei gusti… in particolar modo degli amanti della musica dalle tinte decisamente più dark.
Così, desidero collocare nella vetrina, “Ultra” dei Depeche Mode, datato 2007 e targato Mute Records.
Già dalla copertina che ricorda alcune porzioni di un filmato rovinato, bruciato, intendiamo perfettamente quali saranno i colori, le forme mosse o sfocate e le intenzioni della band.
La visione di un passaggio quasi passivo tra le strade ed i filmati anche amatoriali, su  un contesto tagliente, difficile da definire in maniera netta. Immagini sovrapposte nelle quali siamo tutti sopraffatti, assuefatti, imbevuti.
Ed immaginando di viaggiare silenziosi e con i fanali spenti di una macchina lungo una nottata di una grande metropoli, accattivante e sconcia, annusiamo insieme l’inquietudine ed un odore tumefatto di polvere da sparo, entrando nel disco con “Barrel of gun”. Sonorità sempre elettroniche, e con un andamento che sembra scorrere da sé.
Inquietanti sono i latrati di un amore dolorante, mortificato che chiede di venir riconosciuto, nel pezzo successivo: “The love thieves”. Leggere aperture in brevi battute, quasi a spiegare il disappunto ed uno sguardo attonito, in un contesto graffiante, dai suoni molto accattivanti. La chiusura irripetibile del pezzo, fatta con la predominanza di una chitarra elettrica suonata con garbo, accompagna questa coda lunga, dove le ultime note vengono affidate a suoni elettronici e piccole note di una tastiera quasi sorda.
Home”, si apre quasi immediatamente, molto evocativa con la voce solista programmata in un leggero ampio ma adatto effetto eco nelle strofe. Note ed atmosfere molto… molto accattivanti. Da sottolineare le aperture nei ritornelli, e le zone geograficamente affidate ad esclusivi intrecci musicali. Curiose le ultime battute con una campionatura di charleston velocizzata, mentre il suono sfumando a sinistra delle cuffie, ritorna a gonfiarsi al centro.
Il pezzo a seguire, è stato quello trainante di questo lavoro, e ad oggi tra i più presenti della loro produzione: “It’s no good”. Questa hit con forti rimandi ad una costruzione armonica molto anni ’80, viene vestita ed addobbata quasi se il protagonista potesse uscire fuori da un sottopassaggio umido pieno di graffiti e puzzo di parole non dette gonfiate da una sorta di follia di trent’anni...
“Uselink” è una sorta di superstrada elettronica, abbastanza breve, necessaria per poterci condure a “Useless”, pezzo a mio avviso coerente con il senso del titolo stesso. Ma si sa, spesso al centro di un intero disco, ci sono canzoni più indifferenti che nonostante la qualità del prodotto realizzato, non aggiungono nulla nel totale di un pensiero, di un racconto musicale che è il componimento di un intero disco.
Ma si recupera enormemente con suoni tipo “noises” in un’introduzione a gamba tesa in “Sister of night”.
E quasi per sottolineare il concetto di “mancanza, di abbandono” presenti un po’ in tutte le tracce, (e palesemente nel titolo del secondo brano), l’amore ruba come il jazz…
Il senno?
Ma non c’è alcun riferimento sonoro al genere musicale, bensì alla frantumazione e sguardo sull’accaduto espressionista e soggettivo, di una visione della realtà. E questo senso, viene decisamente evidenziato dalla mancanza di un testo cantato… perché parliamo di frammentazione. E come tale, perduta con la sua identità figurativa precedente.
Unico appeal e concessione al genere jazz, è il giro di una chitarra elettrica con range medio-basso, che vagamente può far riferimento ad un contrabbasso.
Quasi sovrapponendosi all’ultima nota della coda, entra “Freestate”, che si discosta con sonorità più limpide, e giochi di rimando ad un lontano folk americano.
Ed in quel “let yourself go, let your spirit grow”, c’è il senso di un’atmosfera con location aperta, seppur con un senso di desolazione, quasi se dal pieno centro di quella grande metropoli piena di lividi e contraddizioni, si fosse finiti in una pianura arida texana, storditi e non ripuliti dal viaggio percorso insieme.
Interessante la chiusura della canzone nella sua apparente semplicità. Vi raccomando cura nell’ascolto.
Ma la certezza “logica” che ci stiamo avvicinando al capolinea di questo viaggio, sono i suoni e la composizione più “pop” di: “ The bottom line”. Densa di richiami sulla ricerca, sull’attenzione ai segni sparsi in questa vasta landa aperta. La ricerca di trovare un punto fermo, di arrivo, per riprendere una quotidianità maturata dall’essersi voluti concedere del tempo per perdersi e confondersi.
insight” è la consapevolezza di saper quello di cui si ha bisogno.
Un testo e sentimento che forse diviene il lato “bianco” di un tao macchiato dalla profondità scura del nero.
Che sia l’intuizione che non vuol essere risposta definitiva ad un viaggio così personale, dove lo sguardo ha avuto modo di assistere alla fugacità della vita e delle sue rappresentazioni.
Solo l’amore potrà essere la risposta, qualsiasi cosa si deciderà di fare.
“I’m talking to you now..”
Bene! Messaggio ben recepito!!
Insomma; “Ultra” è un disco da avere per il solo desiderio di tornare a perdersi solo per scoprire quanto di semplice e potente sia l’amore, faro e punto di riferimento di ogni nostro pensiero.

(Christos)
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