clicca sulla copertina del disco qui sopra,
per poter ascoltare parte del lavoro:
"OGNUNO HA TANTA STORIA".
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OGNUNO HA TANTA STORIA
Dario Gay
(ed. Edel)

Credo che questo lavoro datato 2010, sia per il nostro cantautore Dario Gay, quello che può venir considerato come una sorta di “punto e a capo” della sua produzione.
Una sorta di patchwork di stimoli generanti e concatenanti incontri, nuove canzoni e “riposizionamenti” di quelli passati.
Una rilettura di un percorso personale e professionale, a capo di alcuni decenni di carriera.
C’è chi tra gli artisti preferisce presentare un “best of”, e chi desidera apparecchiare una grande e festosa tavolata con amici, nuovi invitati e ben 28 portate.
Ed è così che si presenta questo: “Ognuno ha tanta storia” di Dario Gay che include due cd musicali ed un dvd con alcuni videoclip e contenuti extra.
Lavoro generoso, come - per chi ha avuto il piacere di conoscerlo - lui stesso è; e come tale, è da analizzare con calma ed attenzione. Partendo dal packaging, molto ben curato, sia nella foto di copertina di Danilo Pacifici, che nelle composizioni interne; un caleidoscopio di profili, persone, amici di una condivisione artistica e personale.

“Tante facce nella memoria”… esattamente come molti sono stati gli studi di registrazione e mixaggio; i musicisti e gli arrangiatori. I tecnici.
Insomma; questo lavoro è una sorta di “grazie” per la vicinanza, ed il rimando delle composizioni interne delle foto del libricino interno al fondale del programma tv del 1974: “Milleluci”, forse ne è anche  - in parte -  l’essenza.

Ma cerchiamo di andare per gradi, cercando di analizzare questo lavoro e nel dettaglio, nei suoi due cd musicali.
Palese è in primis l’omaggio che il cantautore milanese ha voluto fare a Gabriella Ferri, sottolineandone testualmente le prime due frasi del celeberrimo “Sempre”,  chiamando i due capitoli: “Ognuno ha tanta storia” (cd1) e “Tante facce nella memoria” (cd2), facendoci già percepire che stiamo per entrare da subito “nel molle”, nel cuore dell’artista Dario Gay, rivisitando alcuni suoi successi, ed inserendo alcuni inediti, spesso in duetto con questi sui cari compagni di viaggio.

Primo cd: dopo la prima traccia (intro), entriamo subito nel vivo, con quello che è stato  - immagino per lui -  uno dei più bei regali; il duetto con Rita Pavone (in quegli anni già da tempo volutamente assente dalle scene, riapparsa qui solo un attimo per appoggiare questo suo grande amico) in un pezzo di grande appeal e coinvolgimento: “Domani è primavera”.
C’è molta cura nella soluzione fonica delle voci e del mixing più in generale. Un’attenzione meticolosa negli effetti, intrecciando l’ensamble degli strumenti e dei cori in una maniera quasi maniacale. Perfetta. Pulita.
È così abbastanza facile e piacevole poter così riconoscere le piste musicali in questo panorama cristallino, riverberato un po’ in tutto il lavoro.
Si prosegue con la delicata “Su una stella cadrai”, per giungere a “Capita”, un pop quasi funky in duetto con Aida Cooper. Fantastico il finale!
Madrid” è un capolavoro nella soluzione degli arrangiamenti e di programmazione, intrecciati con un testo nostalgico e potente.
Ti sposerò” è un particolare ricordo del proprio “mondo personale” composto nel 2005, un inno all’amore che rende liberi, in un contesto che lo ha visto in primissima linea nella lotta a favore dei diritti civili.
Ed il viaggio nei ricordi, si inabissa in un passato più remoto, fino al racconto di una sua fanciullezza in: “Una inutile preghiera”, qui insieme a Giovanni Nuti.
Si riprende con slancio nella ballata da respirare a pieni polmoni: “Mi vorrai”, ad un’alta canzone molto d’atmosfera. Preziosa. “Libero” in duetto con Milva.
E le corde dell’anima si aprono nelle tessiture di percussioni e chitarre acustiche intrecciate. Si percepisce il sole tra le fronde dei rami, come in una corsa in bicicletta ne: “Quanta vita che va”.

Ma ecco che prepotentemente, nell’ironia e nella sorpresa di mille dischi volanti atterrati su questo pianeta, si palesa con il suo carico di vita e quotidianità, quello che per molti è il suo “cavallo di battaglia”, la canzone che più di altre, lo identifica immediatamente al pubblico: “Sorelle d’Italia”, accompagnato dalla brillante e complice Banda Osiris.
E con ancora nell’orecchio “la chica di Ipanema”, coda di questa divertente canzone, sorvoliamo nel mondo di Gay con “L’infame”, per entrare in uno dei brani a mio parere più aperti, di grande respiro: “La grande sete”.
E con questo presupposto, non si può che fermarci in un corale “Questo cielo è mio”, accompagnato dal Sunshine Gospel Choir. E di questo capolavoro, mi porto caro dentro me, l’immagine suggerita nel testo di un cielo fatto di “pane e mele”.

Il secondo cd: le languide atmosfere se “Il viaggiatore” in duetto con l’amico Enrico Ruggeri, aprono questo altro capitolo di questo lavoro corposo e denso. Si prosegue dalla scansonata “Tutti uguali” del repertorio di Mia Martini (altro nome in dedica per questo cofanetto) per arrivare a: “Resta un valzer”, che è una delle perle che mi piace sottolineare in questa recensione.
L’intreccio delle voci di Dario Gay ed Andrea Mirò sono un piacere proprio per le trombe d’Eustachio.  Cristalline, evocative. “Diamante” uno dei suoi successi di repertorio, apre poi le porte ad un elettrico ed affascinante “il Muro” con Rosario Di Bella. Il racconto poi si sfoca tra le maglie di “Lontano lontano” e “Il clown”, tornando nitidamente tra le luci di un aeroporto, di un marciapiede, tra i suoi protagonisti da rotocalco. nella divertente, scoppiettante e caraibica “Dall’Atlantico a Napoli”, con una complice e divertita Viola Valentino.

Ma adesso - lo devo ammettere - mi scorre davanti quello che ritengo sia la luce incastonata tra tante bellezze di questo triplo album: “L’assenza”.
Che dire? Ogni mio giudizio sia sul testo che nella tessitura musicale, sarebbe sicuramente riduttivo. Il racconto di una dipartita, con un linguaggio e soluzioni sonore altissime. Un brano delicato, accarezzato. Sospeso in particolare in una presa di fiato, raccogliendo memorie e suggestioni, per proseguire nel racconto.
Il ritratto di una Cuba asfittica e per questo pericolosa situata storicamente tra la metà degli anni ’40 ed i primi anni ’50 , si insinua tra le tracce nella sua drammaticità in “Prima che sia notte”.

Ed in questa alternanza tra luci ed ombre, tra testi e linguaggi leggeri ed altri densi, di bianco e nero, trova la sua posizione nella scaletta “L’inno della pettegola”, ballata techno dance dedicata a “quello che si dice”, al “gioco del telefono” perverso e risibile. Goffo e sopra le righe, specchio di una nitida immagine della società contemporanea.
A mio parere, il nostro artista è riconoscibile non solamente con il pezzo presentato tra l’altro al festival di Sanremo 1991 sopra citato (”Sorelle d’Italia” ndr), ma anche per la sua lotta passionale nel mondo  LGBT, partecipando ad alcuni contest europei. “Le nuvole” (qui in duetto con Stefania La Fauci), drammatico racconto di un giovane ragazzo cacciato dalla propria casa da genitori chiusi nel proprio mondo e all’amore stesso.

Stiamo per giungere alla conclusione di questo secondo cd, ed i testi mantengono una nuance scura, drammatica. Il suo incedere incalzante già ti sgomenta, soprattutto se hai già avuto precedentemente il modo di leggerti il testo. La protagonista de: “Nel nome del padre”, è una ragazza confusa, dolorate, ammutolita dalle avances di colui che nella sua vita è stata ed ha rappresentato la figura paterna.
La sua mente ed i suoi sentimenti vengono dirottati dalla ruvidezza di mani che le scavano sotto la gonna, sbiadendo quei lineamenti familiari che non riesce più a riconoscere, in un contesto distratto e veloce.

E così, come per i vecchi programmi televisivi, quelli anche a me molto cari di un contenitore di intrattenimento e cultura pieno di magie e di pazienza nel presentarle allo spettatore (e personalmente devo dire anche “rintronato” dalle atmosfere durissime del brano precedente), alla conclusione. Ai titoli di coda. “Tante facce nella memoria”, prende spunto da questa porzione del testo della Ferri, ma, forse proprio per la natura di “sigla finale”, è malinconica. Lascia un senso di insoddisfazione con quel suo: “ ed anche se mi ha dato tanto (il tempo, ndr), non c’è più “ e: “tutto è stato, è già passato, se ne va, tutto qua”.

Darietto; prima o poi mi dovrai spiegare la natura di questo sguardo lasciato andare, come in un ultimo sospiro, prima di una partenza.
Che intenzioni hai?

(Christos)
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